Notizie da Otranto

"Ava" rivede la luce: riportata a galla la barca a vela affondata nel porto

Sono ancora in corso le indagini della guardia costiera sull'incidente. Intanto, il natante di un americano è stato recuperato

OTRANTO – Ricordate “Ava”, la splendida barca a vela colata a picco la sera del 28 marzo, appena entrata nel porto di Otranto? Ebbene, oggi “Ava”, circa 13 metri di lunghezza (e nuova di zecca), è ritornata a galla dopo aver riposato per dieci giorni fra le acque. Emessa l’autorità marittima l’ordinanza per il recupero, il proprietario, un 46enne di Portsmouth, Ohio, ex assistente pilota dell’aviazione statunitense, ha potuto ingaggiare una ditta specializzata per recuperarla e portarla in un cantiere per le riparazioni.

Nessun danno ambientale, per fortuna: non vi è stata dispersione di carburante. Ma i danni all’imbarcazione ci sono stati, eccome: sicuramente risultano rovinati l’albero e il fiocco di prua, in più c’è uno squarcio molto profondo nello scafo, nel punto in cui quella fatidica sera è avvenuto l’impatto. Al proprietario le riparazioni costeranno qualcosina. Oggi, però, non era forse il caso di pensarci. Rincuorato dal recupero, ha voluto ringraziare gli italiani per quanto fatto finora.  

Ovviamente, riportare la barca a rivedere la luce era indispensabile. Se fosse rimasta nel punto dell'affondamento, oltre a rappresentare un problema serio alla fruibilità del porto e quindi alla sicurezza della navigazione, avrebbe costituito, nel tempo, l'abbandono di un relitto assimilato come "rifiuto". Di lusso, ma pur sempre un rifiuto. Tanto che la Capitaneria di porto di Gallipoli ha diffidato il comandante a rimuoverla entro 48 ore dal fatto. Ma, vista la complessità delle operazioni, ha concesso la deroga di una settimana. Che è stata rispettata. 

E in effetti, non è stata per nulla un’operazione semplice. Il natante era inclinato su un lato e per giunta incastrato ad angolo retto sotto il pontile. Tanto che c’è voluta circa un’ora e mezzo per farlo riemergere; solitamente ne occorre anche meno, di tempo, agli esperti in simili recuperi.

Ma come si svolge un intervento simile? Ce l’ha spiegato Franco Muoio, di Otranto, titolare dell’omonima ditta che si occupa di lavori subacquei e marittimi. Si usano alcuni palloni di sollevamento che hanno la forma di paracadute. Questi si pongono prima sul lato in cui è inclinata la barca, e si dà aria usando un piccolo compressore. Una volta che l'imbarcazione è staa raddrizzata, i palloni si pareggiano su entrambi i lati e si passano alcune fasce. I punti d’ancoraggio sono: asse portaelica, bulbo ed elica di prora. Quindi, si provvede a sollevarla con una gru. Un'operazione che richiede molta pazienza ed esperienza. 

Sul fronte dell’inchiesta amministrativa, invece, gli accertamenti della guardia costiera sono in corso. Al momento, resta quindi l’incertezza sulle cause dell’incidente che ha provocato il rapido affondamento della barca a vela. A bordo, oltre al proprietario e comandante, c’erano anche un suo collega statunitense e due ragazze, una spagnola e una svizzera. Hanno fatto giusto a tempo a salvare abiti ed effetti personali e a salire sul molo di Assonautica. Nel giro di poco tempo l'imbarcazione è colata a picco.

Data l’ampiezza dell’imbocco del porto idruntino, ancora non è chiaro come sia stato possibile l’incidente, perché sarebbe avvenuto proprio nei pressi del molo artificiale San Nicola. Dunque, la barca non è entrata dalla posizione centrale, ma rasentando pericolosamente il molo foraneo, fino a scontrarsi con qualche ostacolo sottostante.

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Un’avaria, la scarsa visibilità, condizioni marittime avverse sono alcune delle ipotesi formulate finora, per cercare di capire i motivi di un sinistro marittimo che, a prima vista, appare bizzarro. Almeno agli occhi dei lupi di mare. Di certo, in quei giorni soffiava sul Canale d’Otranto un forte vento di maestrale, che rendeva le acque insicure. E forse una parte delle cause è da ricercarsi proprio nelle condizioni meteorologiche. 

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