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Addio al giudice di pace: “Metafora di uno strisciante senso di abbandono”

Andrea Conte, avvocato otrantino, scrive una lettera alla sua città dove racconta come si sia consumata nel silenzio la chiusura dell'importante ufficio, che rappresentava un presidio di legalità: "Così s'impoverisce una comunità"

Foto di repertorio

OTRANTO - “La silenziosa chiusura dell’ufficio del giudice di pace di Otranto come metafora di uno strisciante senso di abbandono”. Intitola così la sua “lettera alla mia città” Andrea Conte, giovane avvocato idruntino, che commenta l’inattesa e “taciuta” fine del presidio di legalità nel Comune.

“Otranto ha deciso di non voler più ospitare, nelle proprie mura, il più importante presidio di legalità che ogni cittadino deve poter avere: la giustizia. Ho appreso dagli organi di stampa che il Comune di Otranto avrebbe rinunciato al mantenimento dell’ufficio del giudice di pace, (organo che ha sostituito la vecchia pretura), nel proprio tessuto urbano, pare a beneficio della più lungimirante cittadina magliese.

Un’ulteriore istituzione che la comunità idruntina lascia andar via, decretando un impoverimento sociale, economico, culturale e civico non altrimenti arrestabile. Ma facciamo un piccolo passo indietro. Nella più ampia revisione della geografia giudiziaria posta in atto dal nostro governo su base nazionale al fine di razionalizzare la spesa pubblica e migliorarne il servizio, è stato decisa la soppressione di tutti gli uffici del giudice di pace con sede in provincia, per farli confluire nell’unica sede centrale, ossia nel nostro caso a Lecce.

In ragione, però, della specificità della funzione del giudice di pace, intesa quale simbolo della giustizia di prossimità deputata a risolvere le piccole vertenze tra cittadini ed a ricomporne la serena convivenza, la legge ha previsto delle eccezioni all’accorpamento delle sedi. Se gli enti territoriali appartenenti al circondario giudiziario vogliono mantenere l’ufficio, lo possono ben fare affrontando i costi necessari al buon funzionamento del servizio, come del resto già in parte avveniva.

Sollecitazioni in tal senso sono giunte ai rappresentanti istituzionali cittadini da parte della più sensibile società civile, ma nessuna doverosa risposta è stata data. Si sta per compiere, in un suggestivo silenzio,  l’ennesimo scippo ai danni di una comunità che già da anni si batte per non diventare una desolata e triste località balneare estiva.

Un altro pezzo dello Stato di abbandona, ma a differenza dell’ancora cocente chiusura della base dell’aeronautica militare, in questo caso l’impegno del governo della città aveva ed ha gli strumenti per impedirne il fraudolento finale. Mi chiedo se una comunità che rinuncia alla propria storia – antica e gloriosa è la tradizione giuridica e giudiziaria della città del Martiri, che ne ha celebrato in tempi passati i traguardi anche nelle pubbliche strade – possa con fiducia guardare l’alba di domani.

O forse non sia giunto il momento di fermarsi e riflettere, chiedendosi se il profitto vestito di cemento o la ricerca dello stesso senza conoscere limite di decenza non debba – per una volta – cedere il passo ad una cultura della legge, sola ancora in grado di scongiurare – metafora di quella evocativa ancora che ci guarda dall’inizio del molo San Nicola – un naufragio lento e spietato tra i flutti di una vacuità morale e civica.

Quando leggeremo sulla porta della invidiata sede otrantina dell’ufficio del giudice di pace il cartello Chiuso per trasferimento, sappiate che se ne è andata dalla città un pezzo importante della nostra storia e del nostro futuro. Si dice che il meglio debba ancora venire, inizio ad aver timore del futuro, ma preferisco pensare di sbagliarmi”.  

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Andrea Conte    

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